venerdì 20 giugno 2008

Chi è il copywriter


Chi ama scrivere non può non leggere questo, nè evitare di visitare il sito della lattanzi che mi è piaciuto tanto


Il copywriter è uno di quei mestieri che non puoi spiegare alla mamma.
Che, se sei ad una cena, e malauguratamente l'argomento cade su: che lavoro fai, devi rispondere: "Ce l'hai una mezzoretta?" e tutti pensano che vuoi darti delle arie. Le altre: insegnano, fanno il medico, lavorano in banca...Tutto chiaro, mentre un copywriter non si sa bene cosa fa.
Allora provo a spiegarlo qui, così magari alla prossima cena, ai commensali giro direttamente il link...

Un copywriter è un redattore di testi professionali, che possono essere inseriti in uno dei tanti media usati dall'advertising (affissioni, radio, stampa), oppure nei media che l'azienda usa quotidianamente per comunicare con tutti i suoi interlocutori, interni ed esterni. In dieci anni di lavoro, ho scritto non di tutto, ma quasi:

  • Headlines e body copy per campagne pubblicitarie su tutti i media (tv esclusa)
  • Relazioni di progetto, anche per presentare al cliente la campagna o il piano di comunicazione
  • Testi per brochure aziendali e cataloghi di prodotto
  • Testi per newsletter e pubblicazioni aziendali (annual report, notiziari associativi, eccetera)
  • Discorsi per convegni e assemblee
  • Comunicati stampa
  • Testi di natura politica (slogan, programmi elettorali, comunicati, report di sondaggio...)
  • Testi per manuali di istruzione

Negli ultimi anni, poi, mi capita sempre più spesso di dover:

  • scrivere o editare testi per siti web (e quindi ho dovuto aggiornare le mie competenze studiando il web writing)
  • creare nomi per prodotti, servizi, aziende...e altro ancora

Ecco, scorrendo i vari punti della lista, vi sarete accorti che molti sono i testi scritti per la vita aziendale. A questa parte del lavoro, meno creativa e più "razionale", si dà ormai comunemente il nome di business writing.

In sintesi, i mestieri che un bravo redattore può/deve affrontare sono tre: copywriter, business writer, web writer.

Ovvio che ogni copywriter può specializzarsi su un solo settore, ma ai più è richiesta una certa trasversalità professionale.

Cerchiamo un vero copywriter...(storia di un'affissione a Milano, 1982). L'ho trovata su Gandalf.it.

Cosa ne dicono i VIC (Very Important Copywriter)? Ho raccolto alcune definizioni di questo lavoro, fatte da copy famosi.

Riflessioni per aspiranti copywriter, mie e di altri, dedicate ai giovani.

Scrivere di Notte


Sento il silenzio.


Ho imparato ad ascoltarlo. Porgo l'orecchio e sento il silenzio della notte.
Non è uguale a quello di un pomeriggio assolato, quelli che al mio paese si chiamano le "controre".
Nella "controra" riesci a percepire un grillo che canta, un uccello cinguettare, una macchina lontana, qualcuno che parla da qualche parte. Non sai dove.
E' un silenzio diverso, silente ma non silenzioso.
Il silenzio della notte è più profondo, pesto, cupo, corposo, avvolgente. Io lo sento. Come un fruscio, come un soffio, come un sussurro, ti gira intorno, ti raccoglie e tu ne diventi parte. Lo sento scorrere sulla mia tastiera o sotto la sfera della bic che ancora uso. Tassativamente blu.
Lo sento e lo vedo. Il silenzio è blu. Non nero. Chi l'ha detto che è nero? Non è un silenzio tenebra, è un silenzio cielo. Mi fa da psicoterapeuta. Io chiedo e lui risponde. Quelle riposte che di giorno non le senti. Ti rimbalzano nel cervello, fanno troppo rumore. Ora le sento. Chiedo a me stessa se non sia tempo perso vivere questo tempo silenzioso...poi mi addormento tardi troppo tardi. Mi sveglio che l'altra parte dell'umana civile società è già in moto e produce al posto mio.
Sei lenta Mariagrazia. Sei lenta. Vivi il tuo silenzio perché parli troppo e vuoi parlare da sola. Il silenzio del Non Contraddittorio. Il silenzio egoista!

Il cane bofonchia e respira pesante. I tasti fanno già troppo rumore. Qualcuno russa. Smetto di scrivere, ascolto. Sono disturbata. Ancora porgo l'orecchio. Desidero che ogni cosa taccia. Voglio solo ascoltarmi respirare, ascoltarmi pensare e scrivere. Scrivere di niente.

Così, come ho fatto questa notte.

martedì 17 giugno 2008

C'erano un Inglese, un Israeliano e un Palestinese


Articolo apparso sull'ultimo numero della rivista mensile "Chiamata di
Mezzanotte" che riassume con ironia la situazione politica in medio oriente.
UNA STORIELLA CHE RAPPRESENTA IN MODO REALISTICO IL CARATTERE POLITICO DEL NOSTRO MONDO:

La verità non è mai stata piacevole, soprattutto quando si parla della situazione d'Israele. Parlando di questo tema , ogni valido ragionamento finisce per essere rifiutato. Così può risultare necessario esprimere la verità in modo un pò sarcastico, perchè venga almeno ascoltata...

Alla domanda" Che cosa succede quando una mosca cade nel caffè?" la risposta è:

L'inglese: butta il contenuto della tazza e abbandona il locale.

L'americano: toglie la mosca dalla tazza e beve il caffè.

Il cinese: mangia la mosca e butta il caffè.

Il giapponese: beve il caffè con la mosca perchè è in omaggio.

L'israeliano: vende il caffè all'americano,la mosca al cinese e ordina un nuovo
caffè.

Il palestinese: accusa l'israeliano di aver buttato, con un atto di violenza, la mosca nel

suo caffè e si rivolge all'ONU chiedendole aiuto; dall'UE riceve un prestito per

ordinare un nuovo caffè; con quei soldi però compera dell'esplosivo e con esso fa

saltare il locale in cui l'inglese, l'americano, il cinese e il giapponese stanno cercando

di spiegare all'israeliano che è stato troppo aggressivo.

no comment


in fondo in fondo, non fa tanto ridere...

dopo un'attentato


giovedì 12 giugno 2008

Eutanasia di un'amicizia

Come nasce un’amicizia,e come muore?
Non lo so, i modi sono tanti, i motivi pure, ma una cosa la so. Una volta che è nata, che è cresciuta e si è rinforzata, se poi muore il dolore è immane. Come la morte di un amore. Ma forse no. Forse non proprio uguale, anzi più doloroso, si, molto di più. Diverso ma più doloroso.

Con Michela avevano condiviso tutto. Davvero tutto. Nel giro di quattro anni erano state, l’una per l’altra, tutto ciò che non avevano avuto, tutto quanto era loro mancato, il bastone, il sostegno, l’appoggio, la compagna, la sorella, la confidente, la complice, la rivale, l’amica.

Quel giorno non era sé stessa. Non aveva più lacrime da piangere. Distesa in terra. Posizione a croce, braccia allargate, dinanzi un altare. Piangeva tutte le sue lacrime davanti a Dio, prostrata in terra nella Casa del Signore. Nella sua mente soltanto un pensiero: “Se ce la faccio ora, se supero tutto questo non morirò, ma io voglio morire o Dio, ti prego, fammi morire”.

Intorno molti di quelli che l’amavano. Non era sola, ma era disperata. La comunità le si stringeva accanto ma era sorda, era cieca, era muta...Il dolore soffocava ogni senso.

Come l’aveva perso, com’era successo, ci aveva messo tutte le sue forze per amarlo, per sostenerlo. Sei anni, sei anni d’inferno. “Non lo amo più è una liberazione, sono libera, sono libera” questo avrebbe dovuto gridare, gioiosa per le strade, a tutti quelli che nel corso degli anni l’avevano vista soffrire, tremare, giorno dopo giorno, abbrutirsi e smettere di vivere. Doveva ridere e ridere e ancora ridere e dire a tutti: “Gioite con me, è andato via, mi ha sciolto le catene, sono libera, sono viva!!!”... E invece no, non riusciva ad aprire bocca. Non riusciva ad aprire gli occhi né a comprendere.

Poverina, povera ragazza, farà freddo lì in terra, alziamola… intanto ascoltava voci confuse sopra la sua testa, sopra il suo corpo abbandonato come un antico monaco francescano in penitenza dinanzi al pulpito delle predicazioni. No, non mi alzo, resto qui, il gelo delle mattonelle mi anestetizza. Perché è andato via perché. L’idea di restare sola era più terribile e violenta della disperazione che aveva vissuto accanto a quell’uomo.

Fu quella la prima volta che Michela la vide. La porta della chiesa si aprì. Nel corso di una riunione di preghiera non era inconsueto vedere qualcuno in ginocchio che adorava, o altri che si tenevano per mano, a ancora qualcuno piangere e cantare. Ma quella prostrazione così esposta, così abbandonata era insolita, e insolite anche le espressioni degli altri, la compassione inane dipinta in volto.

Michela tornava a casa dopo tre lunghi anni di assenza. Aveva lasciato tutto, trentasei mesi prima, in fuga dalla vita e da sé stessa, in fuga dalla droga e dalle botte di un uomo, ed era sbarcata nella grigia Varese che però le era sembrata meravigliosa, un’oasi di pace, un rifugio. Poi il lavoro,un altro uomo, un figlio, una rivoluzione. Il ritorno per riunire la famiglia, da sola senza l’uomo nuovo ma con un nuovo amore struggente e bisognoso di tutto, il suo bambino. Era giù da un paio di giorni e tutto le sembrava così incredibilmente uguale e differente allo stesso tempo, nuovo e sconosciuto: una straniera in patria, così si sentiva. Il groppo in gola ben nascosto e la paura di vecchi e spaventosi incontri. Ritornare in chiesa le era parso naturale, avrebbe salutato volti amici, tutti coloro che l’avevano vista partire con tristezza e avrebbe gustato i sorrisi di benvenuto come un balsamo sulle sue ferite.

E invece eccola lì. Nessuno si accorse della sua presenza. I sussulti grida di quella donna stesa in terra le penetrarono dentro, come se qualcuno le cacciasse una lama di fuoco in una cicatrice ancora non chiusa. Ma che sta succedendo? Chi è? Un’occhiata più attenta: era giovane, non giovanissima ma giovane, bruna, alta sembrava. I capelli lunghi le coprivano la faccia.

Ruppe il silenzio di quelle grida, di quelle lacrime così rumorose e imbarazzanti. Ma siete tutti pazzi? Ma che fate lì a guardarla? Volete aiutarla ad alzarsi o no? Nessun benvenuto dunque, non era così che l’aveva pensata. Tutti si girarono, come scossi, sulle facce tristi un’espressione di sorpresa ma nessuna parola. Michela le si avvicinò: alzati dai, dai forza, fai uno sforzo.

Non si muoveva, come arresa, abbandonata a sé stessa. Oddio, questa chi è adesso, non voglio alzarmi, non voglio, sto riposando qui. Poi uno scossone violento: Ho detto alzati, e basta adesso.

Fu costretta a tirarsi su col busto e si guardarono. Occhi negli occhi per la prima volta si vedevano. Due volti stanchi, entrambi belli, ricchi di storie e cose da raccontare, ma senza sorrisi. La solitudine spesso ti rimane scritta addosso, nei gesti, negli sguardi, nelle parole, quand’anche ti ci impegni per scacciarla e vivere, è lì impressa tra le pieghe della pelle e non ci puoi fare proprio niente e si riconosce.

Si guardarono a lungo, forse qualche minuto ma sembrò molto di più. Si scrutarono silenziose come se tutto quello fosse normale, come se qualcun altro le stesse semplicemente presentando. Si riconobbero subito, a pelle: ognuna vide se stessa nell’altra, in un attimo.

Dai alzati adesso. Lo disse con calma. Lei la seguì, senza parlare. Le gambe e le braccia due mattoni ma si alzò. Che è successo? Le chiese Michela, che c’è, perché sei lì in terra come una pezza?...

E parlarono, parlarono tanto davanti ad una pizza e una birra. Da quanto tempo non mangiavano una pizza così, nessuna delle due. Le raccontò tutto, dell’eroina, delle bugie, delle umiliazioni, dei soldi scomparsi, degli inseguimenti, dei tradimenti, delle attese, delle auto distrutte, dell’ospedale, delle promesse mai mantenute, della fiducia donata e mai ricambiata, di tutti i cocci che non era riuscita a raccogliere e che non avrebbe mai più rimesso insieme. Michela ascoltava e annuiva e poi anche lei, come una liberazione che non avrebbe creduto di poter trovare insieme ad una sconosciuta, raccontò la sua storia, gli stessi dolori, gli stessi fallimenti, lo stesso percorso di gambero ostinato.

Sai che ancora non so come ti chiami e stiamo parlando da tre ore credo. Anna, mi chiamo Anna o Anny, come vuoi. La birra era finita e il locale chiudeva. I camerieri le guardavano esasperati.
Fuori il cielo era di un blu splendente con tante tante stelle. Uscirono piano, sciarpe e cappello calato sugli occhi. Una macchina passò veloce e qualcuno gridò dal finestrino “Attente belle ragazze”, si guardarono in faccia e risero molto, di cosa non lo sapevano. Quella notte si consumò presto, passo dietro passo, macinando le strade vuote della città, davanti alle vetrine spente dei negozi vuoti, piangendo e ridendo, il naso ghiacciato, un cornetto e un bicchiere di latte verso le 5. Anna non tornò a casa e Michela nemmeno. L’alba fu uno spettacolo eccezionale quel giorno, chiuse in macchina, un gelo penetrante, coi respiri pesanti e il trucco sfatto, l’aria tersa e limpida, quasi viola...era il 2 febbraio del 2003.

Uno si chiede: ma come si fa a vivere nello stesso posto, anno dopo anno, per 35 anni e non conoscersi, nemmeno di vista, non essersi mai sfiorate dal fruttivendolo che so, in attesa dal dottore, la sera in qualche bar, la domenica in chiesa o soltanto alla fermata dell’autobus. Come si fa poi ad entrare all’improvviso nell’esistenza di qualcuno e cambiarla del tutto e insieme trasformare anche la tua. “Un solo uomo può cambiare la vita di un’intera popolazione, di una generazione, dell’umanità tutta”,è scritto in qualche vecchio libro di scuola, una citazione di non ricordo quale filosofo o scrittore: lo ha fatto Gesù, ma quell’uomo era Dio, tutta un’altra storia.
Eppure è così, conosci una persona, anche poco, anche tardi e quella diventa una cosa con te, riempie le tue giornate, vive i tuoi eventi, condivide sogni e paure, la ami, ci litighi, la cerchi e la scacci e in fondo è tutto un ritrovarsi e un rinnovarsi...La vita è un teatro, è vero, e i colpi di scena sempre sono inattesi.


E venne l’estate. Il dolore sopito e un’aria nuova. Uomini no, quelli potevano aspettare adesso. Era tempo di ricostruzione. Campania Felix...come suona bene ancora oggi quest’antica affermazione latina. Ed è vero, giugno, luglio e tutto quel verde e quell’azzurro e odori di viaggi e notti a bere e corse sulla spiaggia. Anna e Michela continuavano a raccontarsi, si raccontavano il passato ma adesso si inventavano anche il futuro. Mamma Michela aveva eletto Anna zia d’adozione e questo non troppo insolito trio se ne andava in giro a respirare giorni senza ricordi a comprare i giochi al bimbo e la biancheria intima alle ragazze. I capelli crescevano. Anna stava smaltendo 15 chili in eccesso di consolazioni che si era data nei tempi orribili e Michela cercava di buttar via cellulite e smagliature. Che belle donne, mediterranee e vive, ogni parola un sorriso, ogni incontro una parola e una stretta di mano. R.I.N.N.O.V.A.T.E. così volevano vedersi e si impegnavano. Anna ricominciò a studiare e si iscrisse ad un corso, l’avrebbe aiutata a migliorare nel suo lavoro e con gli altri: La comunicazione Efficace, questo il titolo. Un bel po’ di soldini a dire il vero ma l’idea di tornare a studiare la eccitava proprio. Michela un po’ impazzita con la scuola del piccolo e le malattie di stagione, aveva cambiato lavoro, un po’ lontano da casa ma guadagnava bene.

Prossima tappa una casa insieme. Ohhhhh. E chi se lo sarebbe mai aspettato, una famiglia atipica. Le famiglie d’origine protestarono. Da noi, qui giù, si ha la sana e pessima abitudine di continuare ad immischiarsi nelle vite dei figli fino a circa 50, 60 anni. Le ragazze però tennero duro. Una casina funzionale, così la cercarono e la trovarono. A pochi passi dal centro, un piccolo giardino ed una scala conducevano al piano superiore, invero unico piano della casa, con luuuuunghissima balconata, la parte migliore. Due stanze, cucinotto e soggiorno, antingresso per l’attaccapanni e bagno residenziale (col cesso separato dal resto della stanza, da un muro ben alto, meno male)con doccia un po’ stretta ma molto carina, dalle pareti giallo canarino.
Ma ti piace, dai dai, dimmi che ti piace… per quello che costa, niente, è un miracolo. Dove mettiamo la scrivania per lo studio? E il lettino di Marco? E quando verranno a trovarci, il divano è piccolo, ma che ci frega recuperiamo due sedie. Si guardavano con gli angoli della bocca all’insù e gli sguardi un po’ stralunati. Altra zona, altra casa, altra vita, altra svolta.
Ottobre.



Non puoi dire di conoscere davvero bene qualcuno se non ci hai
vissuto insieme, se non lo hai visto mangiare, dormire, cantare sotto la doccia, ciondolare per casa. E non puoi dire di amare davvero qualcuno se non hai mai provato prima la voglia irrefrenabile di ucciderlo quando ti lascia i collant a bagno nel lavandino, o le pappe del bimbo appiccicate sulla tavola, o il tubo, ormai terminato, della carta igienica a rotolare sul pavimento del bagno, o il pettine con i nodi dei capelli attaccati sul comodino, o ancora quando ti arriva a casa con amici mentre tu esci dalla stanza da letto in mutande e calzettoni, senza – ovviamente – averti avvisata.
Ma c’è di più e molto di più per poter odiare silentemente qualcuno che ami e sorridergli ogni giorno, per non colpirlo violentemente con un oggetto contundente, prima di uscire felice di andare a lavorare e rivederlo – grazie a Dio - soltanto la sera dopo. Liti per il menù, liti per le faccende di casa, liti per gli orari differenti, liti per la musica e per i film, liti per i turni, le uscite ed i ritorni. Peggio di un fidanzato, liti per le nuove amicizie e per le vecchie, liti anche per il bimbo. Liti liti, liti, per il sole e per la luna, per il bello e per il brutto, per il nero e per il bianco. Fu un duro periodo.

Non funzionò. Quella convivenza che sembrava la panacea di tutti i mali non funzionò. Durò il tempo di imbiancare, sette mesi. Poi, come una vecchia coppia logorata da un matrimonio corrosivo, Anna uscì di scena sbattendo la porta. Michela aveva il bimbo era giusto restasse lei.

E’ bello ricominciare a maggio. La primavera inoltrata corrobora e sveglia gli ormoni, ti rimette in forze e ti rende intraprendente. L’amicizia di Anna e Michela non era morta. Si erano scoperte insopportabili ma l’affetto che le legava era forte, quello sì che era solido. Una telefonata ruppe il ghiaccio. Anna era tornata a vivere dai suoi – le sembrava quasi una vacanza – e si sentiva un po’ ragazzina. Le ombre antiche non facevano più male, i piccoli intoppi si risolvevano con facilità, bastava solo un po’ di buona volontà. Quella sera, Marco fu lasciato dalla nonna, si usciva. Tutta vita, “toda joia, toda beleza”, insomma, quasi: un bicchiere di vino ed un po’ di musica dal vivo, nulla di esoso, ma andava bene per fare due chiacchiere, e su quel terreno loro due erano imbattibili.
Stai meglio senza di me? Un po’ si, non ti arrabbiare, ma non ti sopportavo più. Neanche io a dire il vero. Il solito sguardo e giù a ridere. Tutto ricominciava. Forse era quello il modo giusto. Era già trascorso più di un anno da quando si erano conosciute e tutto in loro era cambiato. Erano diverse le prospettive, diversi gli sguardi, diversi anche i sorrisi… e nuovi i progetti. Per la prima volta dopo molto tempo quei volti non parlavano di solitudine, di botte, di amarezza e scoraggiamento.
Michela aveva ottenuto l’assunzione a tempo indeterminato, una vittoria, soprattutto per poter vivere tranquilla con il piccolo Marco. Ora bisognava darci dentro, crescere, acquistare forza professionale, pensare anche a migliorarsi. Mostrare di saper fare tutto da sola per Michela era un diktat ma anche un’ossessione. Raramente si “umiliava” nel chiedere l’aiuto di qualcuno, se non di Anna, lo considerava tempo perso, segnale di debolezza. Ma tutto questo la sfiancava. Il nuovo ruolo e l’anno trascorso però l’avevano ammorbidita. La fronte, spesso corrugata si era distesa e la voce meno stridula. La vita con Marco prendeva forma e lei stessa gioiva di quella regolarità.

Anna restava precaria, era nella sua natura del resto: un’eterna adolescente intrappolata nel corpo di una donna. Intellettualmente aveva la sua età, emotivamente 18 anni. Il dolore l’aveva come bloccata nel tempo, chiusa in una campana di vetro, la sua mente era evoluta, non così il suo cuore sempre troppo fragile e poco esperto a parare i colpi. Suo fratello le diceva sempre: “Hai voluto essere un’artista? E beccati i contratti a progetto”. Aveva ragione. Genio e sregolatezza.

Artista, che significa essere un’artista? Glielo avevano ripetuto tutta una vita. Vivere una vita scriteriata, priva di punti di riferimento, fare dell’originalità il proprio cavallo di battaglia per nascondere invece una spiccata attitudine all’inconcludenza? Vivere all’insegna della trasgressione a tutti i costi, stupire, ed apparire, fare un mito della propria stessa vita? No, no di certo, non per Anna. Essere un’artista, un’artista della parola, della penna, del saper scrivere, era per lei semplicemente l’identità. La libertà di esprimersi nella forma che le era più congeniale. Un’esperienza continuamente catartica quella della scrittura che ogni volta le regalava nuovi paesaggi, nuove parole, nuovi pensieri. Esprimersi. tutto qua e non era poco.

E poi ascoltare, ascoltare e raccontare. Osservare. Sorridere spesso era un motto per Anna. Ecco perché quando le arrivava un colpo improvviso sembrava vacillare, eppure Anna era come una canna al vento, non si spezzava mai. Michela si sgomentava ogni volta: ma come fai, come fai a ricominciare come niente fosse? Sei di ferro. Ma non era di ferro. Era caparbia e ostinata e voleva penetrare nelle persone, restare lì come un’impronta, un segno che non stinge.

Il corso di Comunicazione Efficace le aveva aperto delle porte. Che strano. Tu aspetti che l’arrosto esca dal forno e invece quello ti spunta dalla lavatrice. Sei perplessa, sorpresa, ma è così. Lo guardi, però c’è, l’arrosto c’è, è lì. Ora tu non lo sai come cavolo mai sia capitato nella lavatrice ma è giunto inaspettato e te lo mangi. Meravigliata ma te lo mangi. Beh, l’esempio non sarà calzante ma fu così. Terminato quel corso, Anna si aspettava un qualche stage formativo presso una casa editrice della regione. Le sarebbe piaciuto e in più sarebbe stato comodo nonché utile. Le avevano assicurato, tempo due mesi, una chiamata certa. I minimaster come questo, vantano di solito il 100% di placement. Anna era sicura. Lei era in gamba nel suo lavoro.

Fu questo un periodo di lontananza fisica da Michela che però rafforzò quel legame. Si cercavano per raccontarsi, per sfogarsi, come al solito per sostenersi. Si davano appuntamento in chiesa. Quello era rimasto un luogo privilegiato. Il posto dove si erano incontrate e dove erano alcuni tra i più cari amici di sempre, il luogo dove si elevano i pensieri d’amore, dove tutto ha un senso, dove i confronti non fanno paura e un sorriso è un sorriso sincero. Diradate le uscite aumentarono i momenti di comunione fraterna. Sembrava un percorso naturale quello della ricerca di Dio, del Padre, la Guida sicura. Non il Dio storico che le avevano insegnato a scuola, ma il Dio che parla, che ti dice a parole sue, a parole vere, cosa fare, dove andare, come comportarsi in quella situazione. La riscoperta di questa realtà esistente e non illusoria, di questo rapporto unico e bilaterale, fu essenziale nelle loro vite. Continuavano un percorso iniziato molto tempo prima ma che si era in fondo risolto in una serie di lezioni a memoria. Adesso cominciavano a gustare la realizzazione pratica di quegli insegnamenti, di quei momenti di intimità spirituale. Cominciava il tempo della riflessione.
Finiva l’anno.

Gennaio arrivò con l’arrosto.
Al telefono Anna era sospettosa. Scusi potrebbe ripetere, non ho ben compreso. Si signora, le comunichiamo che la prossima settimana inizierà il periodo formativo a Firenze, propedeutico all’assunzione. Il suo profilo è stato selezionato e bla bla bla. Anna non ascoltava più. Confusione, eccitazione, bufera di pensieri: stage pagato o formazione, Firenze, trasloco, una settimana? Mia madre, mio padre, Michela, il mio lavoro qui, oddio, oddio.

All’aeroporto c’erano tutti. Pure i fiori. E le lacrime. Sei mesi e poi, l’assunzione definitiva, a 36 anni era un arrosto che usciva dalla lavatrice. Non voleva andare via. Non era nei piani di Anna andare. Quello era il sogno di Michela. E invece.
Portava con sé una quiete e una pace interiore che non le permisero di vivere la partenza con l’ansia che solitamente le apparteneva. Era una cosa buona si ripeteva. E’ una cosa buona. Ce l’ho fatta. I baci e gli abbracci furono tanti. Michela aveva un sorriso così caldo, vero, sincero. Lasciarla fu come lasciare la mamma, il compagno, la sorella, l’amichetta delle elementari. Mi raccomando Messenger, mi raccomando telefona. E non ti innamorare senza di me…

Le amicizie sono luoghi imprecisati dove l’anima riposa e condivide spazi di vita, di cuore e di ristoro dalle sofferenze. Le amicizie sono amori che non disperdono le energie nella affannosa ricerca sessuale. Le amicizie sono libri senza la parola fine, le amicizie sono percorsi di utilità e di inutilità dove imparare ed insegnare, le amicizie sono strade a doppio senso, le amicizie sono fiumi di parole, le amicizie sono bastoni cui appoggiarsi, sedie sulle quali posarsi, specchi nei quali riflettersi. Nella Bibbia c’è scritto che Jonathan, figlio di Re Saul amò Davide più della sua vita, della sua stessa anima, più delle donne e non perché fosse un amore omosessuale, ma perché due anime si erano incontrate, avevano condiviso, si erano riconosciute l’una nell’altra: le affinità elettive.

Così la lontananza costruì meglio quell’affetto. Anna e Michela erano ora più vicine che mai. I colloqui frequenti erano sempre più occasione di verifica e crescita l’una per l’altra. I discorsi sulla Parola di Dio scaldavano loro il cuore. La speranza comune dell’Amore di Gesù le univa a filo doppio, sempre più stretto. Le esperienze di vita precedenti le avevano forgiate col fuoco. Ora, sebbene lontane erano più simili, più disposte al cambiamento, più mature e attente. In questa assurda assenza di figure maschili cresceva il bisogno di un’identità definita che non fosse quella classica di moglie e madre.

Trascorse un anno. I sei mesi di Anna erano stati un successo. Firenze era meravigliosa, cara ma meravigliosa. Era una gran soddisfazione spendere tutti i suoi pochi averi al mercatino di San Lorenzo, guardare l’Arno affacciata al muretto e chiacchierare con i turisti, scattare foto su foto, spedire cartoline e lavorare duro. Qualche cinema, la pizza ogni tanto, nuovi amici e molte risate. Non fu difficile, affatto per Anna, frequentare persone nuove. Beveva ogni esperienza, beveva e mangiava. Osservare, osservare. Doveva nutrirsi, di sguardi, di parole, di storie, di luoghi. Le serviva per scrivere e poi per raccontare a casa, ai suoi, a Michela ovviamente.

Quando scendeva, ogni quindici giorni, quasi, le sembrava tutto più sopportabile. E la sua città più bella, più accogliente. Anche rivivere certi ricordi non le faceva più troppo impressione. Tutti le dicevano che era diversa, più ricca, più quieta. Quieta lei? Le sembrava impossibile ma voleva essere la prima a crederci. In uno di quei ritorni Anna rincontrò Massimo.

Fu un bene? Non lo seppe mai, ma a distanza di molti anni, forse si, lo fu. Massimo era le sue lacrime e i suoi sussulti a terra in chiesa quel famoso giorno. Non si era mai chiesta come mai non lo avesse incontrato più in tutto quel tempo. Aveva solo resettato tutto. Per forza, per vivere e sopravvivere devi cancellare qualcosa. Era al bar, proprio il bar accanto alla chiesa. Attendeva di entrare e prendeva il suo caffè. Non fu uno shock rivederlo. Aveva sempre pensato che il cuore le sarebbe uscito dal petto, tachicardia a mille, occhi sgranati eccetera, un po’ da romanzo d’appendice. E invece no.
Massimo. Tossicodipendente da 12 anni. Poliassuntore. Eroina, cocaina, cobrette, crack, ecstasy, speedball, alcool. Tutto quanto potesse essere ingoiato, iniettato, fumato, era roba buona per Massimo. Massimo dalla doppia vita, Massimo distruttore di anime.
A questo punto della storia è d’obbligo il ritratto psicologico di Massimo, ma no. Vi dirò soltanto che non era cattivo, era bugiardo, millantatore, puttaniere, debole, inconcludente, inaffidabile, affabulatore ma non cattivo. Cosa che avrebbe demolito qualsiasi essere umano l’avesse accompagnato nel cammino della vita. Era un succhiatore d’energia altrui. Un respiro, un sorriso, una speranza, un alito di vita lui te lo ingurgitava in un attimo che nemmeno te ne accorgevi. Come stai Anna? Bene, benissimo. Lo guardò, non stava male nemmeno lui, sembrava in salute, più in carne anche. Stai bene anche tu mi sembra. Si meglio, sto lavorando su di me e dentro me. Te lo dovevo.
Non dire così, non mi devi niente e dopo 3 anni non ne voglio nemmeno parlare.
E Massimo incontrò Michela.

Ora raccontare questa cosa in terza persona mi suona così falsamente dissimile dalla realtà che farò un salto nella storia per assumerne pienamente l’identità. Questa digressione è necessaria a che comprendiate che non si tratta di una mera contaminazione tra realtà e racconto, né di un’autobiografia malcelata, si tratta invece di una catarsi. Necessaria, indispensabile catarsi.
Massimo incontrò Michela. Lei entrò nel bar, come sempre, come ogni giovedì sera, quando scendevo giù e ci vedevamo per la nostra riunione di adorazione. Mi incrociò e le si illuminarono gli occhi. Anna, finalmente, tutto bene il viaggio? Avrei voluto dire semplicemente si e uscire come nulla fosse. Prenderla sotto il braccio e andare via, baciare il piccolo Marco e chiudere gli occhi prima di immergerci nella nostra intimità di preghiera.

Lo feci? Non lo feci. Michela lui è Massimo. Socchiuse gli occhi che le si fecero sottili e più verdi per focalizzare l’immagine che le stava davanti. Ah. Massimo. Si, piacere. Vabene Anna, stiamo facendo tardi. E’ stato un piacere, alla prossima. Massimo non salutò nessuna delle due. Le guardò andare via. Michela aveva reagito più che bene, considerando quanto sapeva di lui. Mi guardò dritta in faccia, con l’aria di chi dice: “Ti è piaciuto come l’ho snobbato? L’ho fatto per te cara”. Mi era piaciuto si, eppure.

Mi era rimasta addosso una strana sensazione. Brutta, brutta davvero. Qualcosa simile alla paura. Non individuavo la natura di quella emozione che mi stringeva lo stomaco. In chiesa cercai di scacciarla, di rilassarmi, di godere della mia comunione, del fatidico momento di messa in discussione davanti al mio Dio, del lavoro di intercessione ricco di amore e compassione. Ma niente.
Parzialmente e con fatica riuscii a rasserenarmi, ma ogni volta che quella faccia, quegli occhi, quel pizzetto scuro mi compariva nella mente, qualcosa nel mio stomaco si rivoltava. Come un feto nell’utero che risponde alle sollecitazione che arrivano dall’esterno. Bam, calcio nella pancia, bam, bam, bam.

Quella notte dormii poco, o niente. Qualcosa era accaduto, stava accadendo, sarebbe accaduto. Mah.

Quando tornai a Firenze considerai che i miei 4 giorni di vacanza erano trascorsi davvero troppo in fretta. Il weekend era stato davvero bello. Mamma mi aveva preparato la lasagna bianca, alla bolognese che adoravo. Eravamo andati al mare. Nell’acqua si concretizzano i sogni più sopiti. Chiudi gli cocchi e ti lasci cullare e la mente va. Il cielo si fonde con la linea dell’orizzonte e tu godi, immensamente e non puoi fare a meno di provare una cosa del tutto simile alla gratitudine. La sera tanta musica e risate e Massimo chi se lo ricordava più, compresa la cattiva sensazione nella pancia. Ero magra, abbronzata, allegra, soddisfatta. Ero bella. Mi sentivo bella.

Settembre. Il mio mese preferito. Il mese delle poesie, del vino, delle partenze, dei ritorni, il mese del ricominciare, il mese dei mesi, settembre. E poi veloce veloce, d’improvviso era già novembre. Verso la fine, verso il 26 del mese tornai a casa. Non fu una sorpresa da poco non trovare Michela ad aspettarmi. Ti abitui alle cose, agli appuntamenti, alle persone, ti abitui alle abitudini e poi una piccolezza ti mette in allarme. Dov’è Michela ragazzi? E Marco? Ero stranita. L’avevo sentita in settimana, come sempre, tutto bene, il lavoro, il piccolo, le uscite del fine settimana, la chiesa, che musica stai ascoltando che libro stai leggendo, hai sentito quello e hai visto quella? Insomma le solite. Perché non mi aveva detto che sarebbe partita?

Era andata a Roma per un corso di aggiornamento. A Roma, a metà strada da Firenze e non me l’aveva detto. Sabato e domenica a salutare i soliti amici, tutti fuori a provare un nuovo ristorante. Due coccole a mamma e papà, un salto all’ufficio postale e Michela non tornò. Provai a chiamarla ma il telefonino risultò sempre irraggiungibile. Marco era dalla nonna. Passai da quella che era stata anche casa mia e la tentazione fu troppo forte. Avevo ancora le chiavi. Salii, le avrei fatto una sorpresa lasciandole il frigo pieno di dolci per il suo ritorno.

Michela non era a Roma. Era in casa. Con Massimo. Tre giorni di clausura pur di non incontrarmi e non se ne andarono che so, in un albergo, a casa di Massimo dall’altro lato della città, al mare in montagna o non so dove. Restai sulla porta col cartoccio tra le mani

Che dire, che fare? Per la prima volta non avevo parole da spendere, ma nemmeno idee da mettere in ordine. Mi girai e me ne andai. Nessuno dei due mi seguì. Nessuno mi spiegò.

Fu un gran dolore. Non avrei mai, in assoluto, creduto di poter reiterare quella sofferenza di quattro anni prima. Mai. E stavolta nessuna chiesa, nessuna Michela, nessuna pizza e birra. Solo un dolore sordo e raddoppiato. Non era per Massimo, no, e nemmeno per Michela. Era, non so dire ancora, ma un odore di tradimento così forte, qualcosa perpetrato alle spalle che mi nauseava.
I miei terapeutici anni erano terminati. A dimostrazione che la vita è un fiume che arriva alla foce e prima o poi sei senza balaustra, ti devi buttare o ti buttano.

Non sono tornata più da Firenze per almeno un anno. I miei salivano a trovarmi. La depressione per un lungo periodo mi ha giocato brutti scherzi e suggerito brutti consigli. Ho combattuto ma ci sono ancora, come la canna di cui sopra.
Michela non l’ho sentita mai più.
Ora, chiunque vorrebbe conoscere i perché e i per come di questa storia. Troppo facile uscirsene così, un divertissemnet emotivo senza senso. Eppure questo è. Sono passati altri 24 mesi. Brutte notizie da giù. Massimo e Michela si fanno. Tutti e due. Si fanno di brutto. Marco vive dalla nonna. Michela mi manca tanto. Il mio Dio mi chiede di perdonarla tutti i giorni. Ma lei mi ha lasciata senza una parola, senza un perché. Questo vuoto nella mia mente è cresciuto a dismisura fino a divenire l’unico perché esistenziale. Massimo non mi manca. Avevo tanto faticato a cancellarlo, mi ero salvata, rivederlo con un’altra, la mia amica, la mia Jonathan, non ha fatto altro che mettere un punto universale alla mia idea dispregiativa di lui.
Devo perdonare. Devo perdonare. Non lo so, non ne sono sicura. Il mio ragazzo mi dice che ho alzato un muro nel mio cuore alto come la Tour Eiffel e che questo non porterà a niente di buono. Ha ragione. Mi guarda dentro meglio di quanto pensassi. Gli ho raccontato tutto. È diventato il mio diario privato. Mi rilasso e lui ha piacere a gestirmi le emozioni. E’ un gran riposo.

Non posso far altro però, che constatare la morte di un sentimento, di un’alleanza, la morte di un’idea, la morte di un fatto. Più passa il tempo e meno certa sono che il perdono sia terapeutico. Lei ha bisogno di me? Si è fottuta da sola. Si è afferrata al pericolo da cui io stessa mi ero liberata e l’ha fatto diventare la sua vita. Ha distrutto ogni cosa. L’eutanasia di sé stessa, l’eutanasia di un’amicizia.
Quando mi tirò su, quella sera in cui ero stesa lì in terra, non mi conosceva nemmeno. Fu facile per lei amarmi. Ora la conosco, bene, troppo bene, è facile odiarla, difficile dimenticarla. Forse starà male, avrà bisogno di cure, di affetto, di uno scossone, di una pizza di una birra. Che cristiana sono? Oggi che mi si chiede di mettere alla prova gli insegnamenti, le esercitazioni di carità, la flessibilità, il perdono, oggi mi tiro indietro?

No, non posso, devo provarci, almeno provarci. Settanta volte sette, così dice il Vangelo, perdona settanta volte sette, wow, è un’infinità di volte, non le avevo mai davvero contate sulle dita. Non so più riavvicinarmi, con quale piede, con quali parole, così senza senso, senza invito, senza scuse, dopo 2 anni, riaffacciarmi nel pozzo. Non mi piaccio, non mi piace quello che penso, non mi piace in qualsiasi modo farò. Che cosa mi è successo? Cosa sono diventata? C'è ancora tempo per cambiare tutto? Ho dato fondo a energie senza fine, tutte. Non so, proprio non so. Ci devo pensare.

Domani. Domani la perdonerò. Domani.

Mariagrazia (MgM)

venerdì 6 giugno 2008

In memoria di Fabrizio Quattrocchi

Il Ventre di Napoli

Stralcio dal libro della Scarfoglio

Il ventre di Napoli

Efficace la frase, Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perchè voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa retorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata per racconti di miserie. Ma il governo doveva sapere altra parte; il governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanti ammoniti siano i loro amanti di cuore, quanti mendichi non possano entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormano in istrada, la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi sieno; quanto renda il dazio consumo, quanto la fondiaria, per quanto s'impegni al Monte di Pietà e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che conosce e a tutto provvede, perchè siete ministro? "

Nota: l'edizione originale venne pubblicata dall' illumunatissimo editore Treves.

giovedì 29 maggio 2008

NOTIZIE SU ISRAELE

NOTIZIE SU ISRAELE

Per l'Onu solo Israele viola i diritti umani
di Dimitri Buffa

Il nome è cambiato la sostanza no. Il consiglio dei diritti umani dell'Onu, che una volta si chiamava Commissione per i diritti umani, da quando è stato istituito non è mai riuscito a formulare una mozione di condanna per paesi come Iran, Cuba, Siria, Corea del Nord. E nemmeno, recentemente per il governo del Sudan rispetto ai massacri del Darfour. In compenso in poco più di un anno di tempo trascorso dalla sua nascita ha già collezionato una decina di risoluzioni contro lo stato di Israele colpevole di rendere impossibile la vita ai poveri palestinesi con i troppi controlli antiterrorismo. Per non parlare della barriera difensiva. Queste risoluzioni vengono poi "implementate" sessione dopo sessione e gli stati islamici che tengono il boccino all'interno del Council for Human rights fanno il resto. Già, perché il problema è proprio nel manico: 17 dei 47 stati che compongono questa commissione sono anche aderenti all'Oic, organizzazione per la conferenza islamica. E sono tutti compatti nell'odio anti israeliano e anti ebraico.
In una delle ultime risoluzioni anti israeliane, quella dello scorso 13 marzo, si criticano gli scavi degli archeologi israeliani a Gerusalemme Est sotto la spianata delle moschee, dove peraltro sono stati ritrovati importantissimi reperti del secondo tempio di Re Salomone, quello distrutto dai romani nello stesso anno dell'eruzione di Pompei. Questi scavi non sono per lo Hrc un normale diritto di uno stato di portare alla luce la propria storia ma un intollerabile abuso contro la libertà religiosa dei palestinesi. Che però non viene mai tirata in ballo allorché l'Anp viene chiamata a rispondere delle persecuzioni dei cristiani in Terrasanta nelle numerose denunce delle ong umanitarie, persino come Amnesty. Il paradosso di questa commissione è che se si mette sul motore di ricerca interno la voce inglese "Israel" escono fuori 10.200 risultati, se invece si mette Iran ne escono fuori solo la metà.
E di sicuro non si tratta di documenti di condanna per violazione dei diritti umani. Se invece si passa a esaminare le risoluzioni contro le presunte violazioni israeliane nei confronti dei palestinesi o altre popolazioni arabe limitrofe allo stato ebraico, basti pensare che dal 10 febbraio 2006 al 30 marzo scorso il numero raggiunto è di 15 unità. Che comprendono anche violazioni ai danni dei siriani nelle alture del Golan, o dei libanesi nelle zone di confine. Non una parola sui soldati rapiti in territorio israeliano dagli hezbollah e da Hamas ovviamente. E non una condanna contro Iran e Sudan visto che gli stati islamici sono riusciti ad assicurarsi la presidenza delle tre sottocommissioni di Africa, Asia e Europa dell'Est. Infine non è inutile rilevare che l'Europa in quasi tutte queste risoluzioni di condanna ha sempre votato compatta con gli stati arabo-islamici. Come dice Baa't Yeor nel proprio libro "Eurabia", se non è appeasement questo, non si capisce quale concetto lo sia.

(RadioRadicale.it, 12 aprile 2007)

Volevo essere amata



VOLEVO ESSERE AMATA...
Sono simpatica.... Embè è così.

Sin da bambina io non ero quella bella, ero la simpatica. "Ma com'è simpatica sta ragazzina", nessuno poteva fare a meno di riferirmi il commento almeno una volta al giorno. Negli anni la simpatia si è affinata. Già. Se proprio dovevo esserlo, che almeno fosse un attributo incondizionatamente meritato. A scuola ero il jolly delle amiche, i professori ridevano a crepapelle e il 5 (all'epoca i voti erano ancora semplici e poveri numeri) diventava 6. I miei genitori mi spronavano e consolavano: "Col carattere che hai ti si aprirà ogni porta".
I fidanzati poi.... ahi quelli: "Ma come sto bene con te, mi fai ridere, rilassare, sei una ventata di aria fresca".
Mi guardavo spesso allo specchio: "Non sono una bellezza ma posso piacere, se m'impegno, se li faccio ridere...".
E se, talvolta, ingoiavo qualche rospo, dicevo a me stessa, mi rifarò con due battutine. Se invece qualcuno non mi prendeva a cuore, il corteggiamento era lungo e suadente, fino a farlo crollare sotto l'onda epica della mia goliardia.
Al lavoro, una spudorata inclinazione alle confidenze - la mia vita, un libro aperto - mi lasciava dietro ogni speranza di carriera fulminante. Ma ero presente, ero allegra, disponibile, brillante. Eh sì. La competizione era estenuante, per essere non la più brava (che scema) ma la più gradevole da ascoltare, la più divertente. Me la giocavo così...
Mi sono fatta il mazzo.
Non sempre andava bene e quando non venivo accettata era una tragedia di incommensurabili proporzioni. Un presenzialismo doloroso mi rubava via moltissimo tempo, anche quello da dedicare ai mie più cari affetti. Che cosa avessi non riuscivo a capirlo e apparentemente sembravo proprio una in gamba.
Molte paure le sedavo così: "Sono una in gamba. Sono la più simpatica".

Fu così per molti anni. La ragazzina cresceva e superava delusioni e colpacci attaccandosi il sorriso/lavoro sulle labbra. Mi ero impegnata molto nell'arco della mia adolescenza fin quando divenni donna, a nascondere ogni cosa dietro quei sorrisi, a buttare giù senza mostrare. La cosa importante, quella da ricercare a costo di ogni sacrificio, era l'approvazione. Essere amata, accettata, voluta bene.
Il protagonismo era la bella maschera per non dire in faccia a tutti: "Io sono qui, non vi scordate di me". Il visibilio per eccellenza era il complimento rivolto alla gradevolezza della mia compagnia. Mi bastava questo per gioire, rassicurarmi, fidarmi... tante le disillusioni.

Che fatica. Che fatica essere simpatici, divertenti, allegri sempre in ogni occasione. Pian piano l'attitudine era divenuta un lavoro. Dovevo essere simpatica. A tutti i costi. Se lo ero un pò di meno del giorno prima la cosa si faceva preoccupante.
Il mio target diminuiva, bisognava che facessi un'attenta analisi intorno a questa improvvisa caduta di share. Insomma. Dalla simpatia allo stress il passo è breve.
Da non crederci. Paradosso della naturalezza, le strategie di relazione rischiavano di schiacciare ogni mia studiata semplicità, la mia vita era diventata alienante, un duro compito quello di rappresentare me stessa.
La battuta pronta cominciava a scottarmi la lingua. I racconti, i fatterelli, le storielle, gli ho sentito e ho visto, così faticosi e stancanti.
Invidiavo quelle giovani donne silenziose e timide, quelle che tutti vogliono proteggere e guidare, le damine che arrossiscono con grazia. Mi sentivo costretta ad essere continuamente all'altezza della mia fama. L'ansia da prestazione era diventata un trauma quotidiano, un impegno infausto e gravoso. Giorno dopo giorno non ne potevo più di me stessa, il rigetto era forte ed incontrollabile. La donna brillante si chiuse in sè stessa.

Poche frequentazioni, decisamente ridotte le relazioni sociali...Desideravo a tutti i costi acquietarmi, senza essere obbligata a dimostrare che da me dipendeva il tenore di una conversazione, l'atmosfera di una serata, la leggerezza di un incontro. Volevo essere antipatica, volevo anche non piacere solo perchè ce l'avevo messo tutta. Volevo essere amata. Così com'ero, anche con le mie brutture. E basta. Iniziò la conta delle mie mancanze, dei mie difetti, delle mie inettitudini. Fu una dura battaglia. Guardarsi dentro e scoprire non solo che hai paura di non piacere ma che, in verità, non piaci nemmeno tanto a te stessa.



Poi arrivò un'estate. Un'estate con molte piogge. La mia vita cambiò. Per una serie di malaugurate circostanze persi il lavoro e in quello stesso tempo mia nonna materna morì.
Piansi moltissimo quell'estate. Una lunga stagione di occhi rossi. La permanenza a casa mi permise di coltivare un'altra amicizia: con la donna che era nascosta dentro di me. Un confronto nuovo, con quei sogni irrealizzati, le paure ancora non sconfitte, le speranze ancora non morte.
Mi ritrovavo a pensare alla famiglia, alla compagnia di poche persone, a dialoghi sereni e quieti. Passeggiavo spesso.
Non ci fu tempo nè modo per esercitare simpatie a vario titolo. Una liberazione!
Non me ne avvidi immediatamente. Rossella Ohara moriva per fare posto a Jane Eyre.
Cambiavo. Senza volerlo. I molti sorrisi avevano ceduto il posto ai molti pensieri e a facce e volti e espressioni nuove. Ero un'altra donna. Non lo sapevo ancora, ma ero cresciuta.
Avevo 40 anni.
Nella fuga da me stessa scoprii che non esisteva nessuna terribile tragedia nella mia vita se non quella di voler a tutti i costi piacere. Presi coscienza di questa debolezza e non mi faceva più così impressione. La rivelazione di questo mio abisso fu assolutamente purificante. Incominciavo a godere dei mie nuovi silenzi, degli sguardi, delle poche parole. E continuavo a passeggiare. Senza obiettivi da raggiungere, senza mete da scalare, senza donne e uomini da conquistare.
Di tanti incontri rumorosi fino a quel momento, ne giunse uno discreto, inatteso. Un uomo solido, col sorriso facile ma dalla risata moderata. Un uomo di tanti pensieri e molti abbracci. Fu un riposo non solo tra le sue braccia. La scoperta di una vita ricca di pause ma ugualmente piena e viva.

Quando nacque mia figlia avevo smesso, da tempo, di credere che un tale miracolo mi potesse accadere senza doverci lavorare. Avevo da poco riacquistato la quiete della mia personalissima intimità. Fu con lei infine che smisi le ultime maschere, ogni sforzo, ogni performance da anchorwoman.
Quando mi sorrideva e mi stringeva forte non dovevo esserle simpatica. Mi amava. Mi amava così. Mi amava tanto ed io la amavo senza finzioni, come solo una madre può.

Era stato un lungo percorso. E strano. Non ero l'eroina di un romanzo d'appendice, non mi ero drogata e poi ne ero venuta fuori, non ero stata picchiata, abbandonata, molestata. Non avevo vissuto una catastrofe familiare. Non mi era nemmeno morto il cane. No. Avevo avuto paura. tanta paura. Chissà perchè. Tutta la vita paura di non essere amata.

La ragazza simpatica divenne madre. E quei sorrisi non costarono mai nulla, nemmeno un centesimo. Il prezzo di quell'amore non verrà mai pagato. Grazie a Dio.

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mercoledì 28 maggio 2008

Le stelle di Angela


Le stelle di Angela

Primo tempo

Angela aveva un'abitudine. Non la definiremmo proprio strana, ma di certo insolita. Ogni sera, tornata a casa dal lavoro, dal tran tran quotidiano, entrava nel suo appartamento, spegneva le luci e poi, che piovesse o fosse bello, toglieva le scarpe e scalza si recava sul terrazzino. Un piccolo quadrato di mattonelle al terzo piano che dava su di una bella strada di una ordinata città di provincia. Grande abbastanza però per riposarci nei pomeriggi di primavera e per fare quel che Angela faceva lì fuori, sera dopo sera, da tanti anni.
Si stendeva su un lettino messo lì all'uopo, chiudeva per un pò gli occhi e ascoltava i rumori della sera. Il tardo pomeriggio finiva e il cielo diventava blu cobalto. Poi si metteva lì ad osservare il suo spettacolo magistrale, tutto gratis: le stelle.

Le stelle parlavano ad Angela. Lei sapeva ascoltare. Era una brava, attenta, intuitiva ascoltatrice. Le conosceva tutte ad una ad una e non avevano più i nomi ufficiali datigli dalla corrente astronomia. Avevano i suoi nomi, Labella, Marsica, Doriente, Pacifica....Le battezzava proprio secondo un rituale specifico. Nel suo cassetto privato, quello di un piccolo secretaire nel vecchio scrittoio di famiglia, vi erano custoditi tutti gli atti di nascita e morte delle sue amate stelle. Piccole pergamene dorate con tanto di nastrino blu cobalto che dicevano così: "Oggi sei nata stella d'oriente, ti battezzo col nome di Armenta e, con te, compirò un pezzo di cammino in questo universo donatoci dall'Alto"

Ogni volta che Angela guardava quel manto perfetto e puntellato di luci d'argento, sentiva dentro se un infinito di senso di gratitudine. Beh, non era facile gestire una cosa del genere. Essere grati presuppone che esista un ricevitore di quella gratitudine e lei si chiedeva, ormai fin troppo spesso: "Grazie, grazie, ma grazie a chi? A che cosa?". Una risposta ancora non l'aveva trovata ma sapeva che da quando era bambina quello era il suo rifugio, il suo riposo, il suo posto speciale, dove meditare e prendere le decisioni, dove dimenticare e ancora, qualche volta, sperare...

Dall'altro lato della strada un altro palazzo, altre abitazioni, altre vite. E sguardi, gli sguardi degli altri che ogni tanto s'incrociano e, per un attimo, non sono più muti e indifferenti, ma curiosi e vivi. Dall'altro lato della strada Leonardo. Giovane, pragmatico, poco tempo per i sogni. Il suo terrazzino serviva a stendere e ritirare il bucato. E qualche volta di sera a scrutare quella donna strana. Ma chi sarà, ma cosa fa ogni sera là fuori... Mah, non mi interessa, non ho tempo, devo scappare....
E invece, pian piano quella figurina aveva catturato la sua attenzione. Non si accorse nemmeno Leonardo di aspettare proprio quell'ora, ogni sera per andare a fare le sue cose con il bucato sul terrazzino.

Poi una sera un temporale. Anzi una tempesta terribile, quasi un uragano. La corsa dal parcheggio al cancello fu un'impresa titanica. Volava di tutto in strada. Qualcosa veniva giù dai piani alti. Zuppa e affannata Angela raggiunse la rampa di scale e volò a casa. Stavolta proprio non avrebbe potuto godere del suo personalissimo spettacolo di pace e d'amore.... Questa sera il buonsenso avrebbe prevalso. Delusa accese le luci e le lasciò accese. Niente terrazzino, sarebbe rimasta in casa.

Al terzo piano quella sera le luci illuminarono il buio della notte e il fragore del temporale. Leonardo era dietro la finestra. Non avrebbe scrutato nel buio questa volta per osservare le stranezze della sua dirimpettaia. Vedeva però la sua ombra passare dinanzi i vetri del balcone. Dunque, la tipa strana era in fin dei conti una persona normale. Pensava.

Secondo tempo

Quella sera senza stelle fu dolorosa. Mancava ad Angela quel riposo, quel dialogo quieto, quella meditazione, che non riusciva a colmare con la cucina, con la televisione, con una telefonata. Ma anche un sollievo. Non sapeva adesso, allo stato dei fatti, se avesse dovuto continuare a coltivare quel suo angolo di meraviglia, condividerlo. Condividerlo? No, Mai. Intanto continuava a tuonare.
D'improvviso il citofono.
Impossibile.
Ma chi è? Ma chi sarà? ma chi mai potrà essere? Oddio, pensò Angela, qualcuno che chiede aiuto, un soccorso, un'emergenza...I passi incerti si avvicinò piano alla porta. Prima uno sguardo veloce e furtivo allo spioncino, poi indecisa, alza la cornetta - chi è? - dice, dapprima insicura, poi ferma - CHI E'? -
Non sapeva proprio cosa rispondere Leonardo. D'improvviso si sentì stupido, folle, e non ricordava più la scusa che si era preparato prima di scendere.

Il giorno prima
Era sceso presto quella mattina Leo, tuta e scarpe da ginnastica, era mercoledì. I giorni dispari deputati per il jogging. Credeva di essere uno dei pochi, se non l'unico, a sfidare il freddo pungente di quel mattino grigio. Ma sulle scale del palazzo di fronte c'era già qualcuno. Una ragazza in pigiama. Gli venne da ridere - che ci fa questa in pantofole alle 6.30 del mattino in mezzo alla strada? Sarà un pò tocca - Tocca? Chissà perchè il solo pensare ad un pizzico di follia gli aveva fatto ricordare la strana donna del terzo piano che guardava le stelle. Intuizione, caso o destino? "Scusi... Mi scusi? Ha bisogno di qualcosa"? Leonardo si avvicinava con sicurezza adesso, era certo che fosse lei, la tipa delle stelle.

"Come? Mi scusi"? D'un tratto Angela si accorgeva di non essere più sola. D'istinto incrociò le gambe, ma il danno era fatto, le pantofoline con la faccia di pluto erano lì, sotto il grigio nebbia di quella mattina fredda e sotto gli occhi divertiti di Leonardo.
"Scusi lei - gli rifece Leonardo - problemi"? Gli occhi puntarono diritti diritti negli occhi suoi. "Nessun problema, do da mangiare ai gatti prima di iniziare la giornata. Mi aspettano, ogni mattina - e aggiunse sorridendo - Ormai è diventato un lavoro".
"Leonardo, piacere - poi d'istinto, senza riuscire a fermare il pensiero che era già lì sulle labbra - è lei quella che guarda le stelle"?
Era stupefatta, senza parole, sgomenta che qualcuno avesse potuta scrutarla, entrare nella sua intimità, osservare lei così come lei faceva con le sue stelle. Non rispose.
Senza fretta si girò e aprì il cancello del portone. Il buongiorno arrivò da lontano.

Rimase agitata tutto il giorno Angela. Ma chi era quello? Che voleva? Come la conosceva? L'aveva osservata molte volte? Era un maniaco? Un guardone? Chi era?

Rimase assorto tutto il giorno Leonardo. Era lei, ne era certo, strana, anche un pò inquietante, ma aveva qualcosa che faceva restare gli occhi dentro ai suoi. Per forza. Si informò su di lei.

Quella sera il temporale cambiò alcune cose. Non tutto, qualcosa, ma fu abbastanza.

Leonardo al citofono cercò di superare il fragore dell'ultimo tuono e disse solo: "Sono io, quello del jogging, tu sei quella dei gatti?"
"No, sono quella delle stelle". La risposta le era venuta così, una battuta pronta. Poi il silenzio. "Che vuoi?".
"Posso salire? Un attimo, fa freddo, piove. Posso salire?".
Forse Angela non si chiese mai perchè lo fece. Aprire la porta ad uno sconosciuto, uno che si era presentato come quello del jogging. Aprì.

Primo finale
Dopo molti anni, le stelle di Angela brillavano ancora. Nell' anniversario di quell'incontro Leo la portò al Planetario e tra le costellazioni di Orione e Cassiopea brillavano Doriente e Marsica, Labella e Pacifica. Le prime stelle di Angela che Leo le aveva regalato ribattezzandole all'anagrafe stellare.

Secondo finale
Il cuore all'impazzata Leo corse su. Angela lo aspettava sul ballatoio. Non ci furono parole, nè presentazioni. Solo un bacio. Dolce e triste. Corto come un sospiro, lungo come tutta una vita. Non tuonava più. Uscirono sul terrazzino e lei gli mostrò le sue stelle. Non capiva tutto Leo, ma Angela profumava di pioggia, di sera, di polvere di stelle...Non capiva tutto Leo, ma voleva capire.

Terzo finale
Angela si lavò le mani e attese. Poi il trillo del campanello. "Chi sei?" gli chiese. "Leonardo, abito qui di fronte, non so dirti perchè sia qui stasera ma volevo conoscerti".
Bastò poco perchè la solitudine, le paure, il blu di un vita fossero sedati. "Sono Angela, guardo le stelle e sono le mie amiche, insieme ai gatti, ovviamente. Prego, entra. Ti faccio un caffè".

Mariagrazia Manna

Sono una giornalista


Sono una Giornalista

Mi presento

Sono una giornalista, all'occorrenza scrittrice demodè, e raccontafatti per nipotini stanchi.
Sono una giornalista. TENGO il tesserino, come diciamo a Napoli e dimentichiamo di avere una laurea umanistica che dovrebbe consentirci di parlare l'italiano SEMPRE correttamente.
Sono una giornalista e non ho mai voluto fare niente altro che questo. Oggi ci dicono comunicatori, o anche collaboratori stampa, e qualche volta pure dispregiativamente, scribacchini.
Ma io sono una giornalista. Il mio primo tema, all'epoca si chiamava composizione, alle scuole elementari portava questo titolo: COSA VORRAI DIVENTARE DA GRANDE? Ed io che ero una vivace bambina della terza classe, scrissi fieramente: LA FOTOREPORTER!

Beh, non è che ci sia proprio riuscita, ma ce l'avevo nel dna.

Sono una giornalista e ne sono orgogliosa. Come una razza, una fede, uno spirito di corpo.
Sono una giornalista.
Ho l'occhio attento. La notizia la "sento" subito. Se non la sento, la cerco. Mi piace scrivere ma anche osservare. E poi raccontare, perchè invero, questo fa un giornalista, racconta. Ciò che vede, ciò che sente, ciò che gli è sembrato di vedere, ma deve dirlo: mi è sembrato di vedere.
Sono una giornalista e non so fare null'altro. So fare le domande. Mi vengono spontanee. la curiosità fa parte del mio corredo biologico. So parlare, tanto ma anche poco e all'occorrenza. So intervenire. Mi piace intervenire all'uopo e dire la mia se serve. So stuzzicare le conversazioni e tirar fuori le emozioni. So parlare con berlusconi ma anche con pasqualino marajà. So litigare e so moderare. So scrivere alla tastiera del pc, ma so usare ancora molto bene la penna, bic se è possibile. E infine so scrivere. Sembrerebbe la prima cosa da saper fare ma invece non lo è.
Sono una giornalista. E per di più, una giornalista napoletana. I giornalisti muoiono presto, scrivendo cento cose tutte insieme. I giornalisti napoletani muoiono presto e d'infarto colti da un raptus nel mezzo di un articolo per il solito quotidiano, una telefonata alla fonte, una email al collega che ti dà la dritta, la presentazione di una confernza stampa, l'sms all'assessore che domani dovrà intervistare, il colloquio con il direttore e una litigata col caposervizio.

Sono una giornalista. Ho fatto una dura gavetta consumando le suole, rincorrendo autobus a scrocco, scrivendo per centomilalire al mese.
Sono una giornalista e ho fatto un casino di figure di merda, ho scritto un monte di cagate, ho di certo offeso qualcuno.
Ma ho anche buttato giù belle parole, pubblicato cose che nessuno ancora sapeva, fatto le mie scuse a coloro che involontariamente avevo toccato. Ricevuto i complimenti della gente.

Sono una giornalista sindacalista, la specie peggiore.

Sono una giornalista. Mi piace essere una giornalista. Mi piace parlare con la gente e guardarla negli occhi e domani farle fare bella figura nero su bianco. Non mi piace scrivere sul ( e non del) dolore di chi soffre. non mi piace approfittare della fiducia di chi mi parla, non mi piace scrivere solo per apparire.
Sono una giornalista, mi piace informare.

Vorrei dir d'altro. Ma altro non so.

Sono una giornalista e sono qui ....

MgM
(per servirvi)

Elisabeth and Darcy