giovedì 29 maggio 2008

Volevo essere amata



VOLEVO ESSERE AMATA...
Sono simpatica.... Embè è così.

Sin da bambina io non ero quella bella, ero la simpatica. "Ma com'è simpatica sta ragazzina", nessuno poteva fare a meno di riferirmi il commento almeno una volta al giorno. Negli anni la simpatia si è affinata. Già. Se proprio dovevo esserlo, che almeno fosse un attributo incondizionatamente meritato. A scuola ero il jolly delle amiche, i professori ridevano a crepapelle e il 5 (all'epoca i voti erano ancora semplici e poveri numeri) diventava 6. I miei genitori mi spronavano e consolavano: "Col carattere che hai ti si aprirà ogni porta".
I fidanzati poi.... ahi quelli: "Ma come sto bene con te, mi fai ridere, rilassare, sei una ventata di aria fresca".
Mi guardavo spesso allo specchio: "Non sono una bellezza ma posso piacere, se m'impegno, se li faccio ridere...".
E se, talvolta, ingoiavo qualche rospo, dicevo a me stessa, mi rifarò con due battutine. Se invece qualcuno non mi prendeva a cuore, il corteggiamento era lungo e suadente, fino a farlo crollare sotto l'onda epica della mia goliardia.
Al lavoro, una spudorata inclinazione alle confidenze - la mia vita, un libro aperto - mi lasciava dietro ogni speranza di carriera fulminante. Ma ero presente, ero allegra, disponibile, brillante. Eh sì. La competizione era estenuante, per essere non la più brava (che scema) ma la più gradevole da ascoltare, la più divertente. Me la giocavo così...
Mi sono fatta il mazzo.
Non sempre andava bene e quando non venivo accettata era una tragedia di incommensurabili proporzioni. Un presenzialismo doloroso mi rubava via moltissimo tempo, anche quello da dedicare ai mie più cari affetti. Che cosa avessi non riuscivo a capirlo e apparentemente sembravo proprio una in gamba.
Molte paure le sedavo così: "Sono una in gamba. Sono la più simpatica".

Fu così per molti anni. La ragazzina cresceva e superava delusioni e colpacci attaccandosi il sorriso/lavoro sulle labbra. Mi ero impegnata molto nell'arco della mia adolescenza fin quando divenni donna, a nascondere ogni cosa dietro quei sorrisi, a buttare giù senza mostrare. La cosa importante, quella da ricercare a costo di ogni sacrificio, era l'approvazione. Essere amata, accettata, voluta bene.
Il protagonismo era la bella maschera per non dire in faccia a tutti: "Io sono qui, non vi scordate di me". Il visibilio per eccellenza era il complimento rivolto alla gradevolezza della mia compagnia. Mi bastava questo per gioire, rassicurarmi, fidarmi... tante le disillusioni.

Che fatica. Che fatica essere simpatici, divertenti, allegri sempre in ogni occasione. Pian piano l'attitudine era divenuta un lavoro. Dovevo essere simpatica. A tutti i costi. Se lo ero un pò di meno del giorno prima la cosa si faceva preoccupante.
Il mio target diminuiva, bisognava che facessi un'attenta analisi intorno a questa improvvisa caduta di share. Insomma. Dalla simpatia allo stress il passo è breve.
Da non crederci. Paradosso della naturalezza, le strategie di relazione rischiavano di schiacciare ogni mia studiata semplicità, la mia vita era diventata alienante, un duro compito quello di rappresentare me stessa.
La battuta pronta cominciava a scottarmi la lingua. I racconti, i fatterelli, le storielle, gli ho sentito e ho visto, così faticosi e stancanti.
Invidiavo quelle giovani donne silenziose e timide, quelle che tutti vogliono proteggere e guidare, le damine che arrossiscono con grazia. Mi sentivo costretta ad essere continuamente all'altezza della mia fama. L'ansia da prestazione era diventata un trauma quotidiano, un impegno infausto e gravoso. Giorno dopo giorno non ne potevo più di me stessa, il rigetto era forte ed incontrollabile. La donna brillante si chiuse in sè stessa.

Poche frequentazioni, decisamente ridotte le relazioni sociali...Desideravo a tutti i costi acquietarmi, senza essere obbligata a dimostrare che da me dipendeva il tenore di una conversazione, l'atmosfera di una serata, la leggerezza di un incontro. Volevo essere antipatica, volevo anche non piacere solo perchè ce l'avevo messo tutta. Volevo essere amata. Così com'ero, anche con le mie brutture. E basta. Iniziò la conta delle mie mancanze, dei mie difetti, delle mie inettitudini. Fu una dura battaglia. Guardarsi dentro e scoprire non solo che hai paura di non piacere ma che, in verità, non piaci nemmeno tanto a te stessa.



Poi arrivò un'estate. Un'estate con molte piogge. La mia vita cambiò. Per una serie di malaugurate circostanze persi il lavoro e in quello stesso tempo mia nonna materna morì.
Piansi moltissimo quell'estate. Una lunga stagione di occhi rossi. La permanenza a casa mi permise di coltivare un'altra amicizia: con la donna che era nascosta dentro di me. Un confronto nuovo, con quei sogni irrealizzati, le paure ancora non sconfitte, le speranze ancora non morte.
Mi ritrovavo a pensare alla famiglia, alla compagnia di poche persone, a dialoghi sereni e quieti. Passeggiavo spesso.
Non ci fu tempo nè modo per esercitare simpatie a vario titolo. Una liberazione!
Non me ne avvidi immediatamente. Rossella Ohara moriva per fare posto a Jane Eyre.
Cambiavo. Senza volerlo. I molti sorrisi avevano ceduto il posto ai molti pensieri e a facce e volti e espressioni nuove. Ero un'altra donna. Non lo sapevo ancora, ma ero cresciuta.
Avevo 40 anni.
Nella fuga da me stessa scoprii che non esisteva nessuna terribile tragedia nella mia vita se non quella di voler a tutti i costi piacere. Presi coscienza di questa debolezza e non mi faceva più così impressione. La rivelazione di questo mio abisso fu assolutamente purificante. Incominciavo a godere dei mie nuovi silenzi, degli sguardi, delle poche parole. E continuavo a passeggiare. Senza obiettivi da raggiungere, senza mete da scalare, senza donne e uomini da conquistare.
Di tanti incontri rumorosi fino a quel momento, ne giunse uno discreto, inatteso. Un uomo solido, col sorriso facile ma dalla risata moderata. Un uomo di tanti pensieri e molti abbracci. Fu un riposo non solo tra le sue braccia. La scoperta di una vita ricca di pause ma ugualmente piena e viva.

Quando nacque mia figlia avevo smesso, da tempo, di credere che un tale miracolo mi potesse accadere senza doverci lavorare. Avevo da poco riacquistato la quiete della mia personalissima intimità. Fu con lei infine che smisi le ultime maschere, ogni sforzo, ogni performance da anchorwoman.
Quando mi sorrideva e mi stringeva forte non dovevo esserle simpatica. Mi amava. Mi amava così. Mi amava tanto ed io la amavo senza finzioni, come solo una madre può.

Era stato un lungo percorso. E strano. Non ero l'eroina di un romanzo d'appendice, non mi ero drogata e poi ne ero venuta fuori, non ero stata picchiata, abbandonata, molestata. Non avevo vissuto una catastrofe familiare. Non mi era nemmeno morto il cane. No. Avevo avuto paura. tanta paura. Chissà perchè. Tutta la vita paura di non essere amata.

La ragazza simpatica divenne madre. E quei sorrisi non costarono mai nulla, nemmeno un centesimo. Il prezzo di quell'amore non verrà mai pagato. Grazie a Dio.

www.rassegnastampa.ning.com

2 commenti:

Luca Dell'Isola ha detto...

Mi è Piaciuto TANTISSIMO!
Ma com'è che ancora non lo vedo su libri & dintorni?
Ti vuoi tenere l'esclusiva?
Molto toccante...ragazza...tu tieni le Qualità!
Lu

Anonimo ha detto...

Mi sono riconosciuta la tua storia e commossa leggendone la fine.. semplicemente bellissima..

Elisabeth and Darcy