giovedì 29 maggio 2008

NOTIZIE SU ISRAELE

NOTIZIE SU ISRAELE

Per l'Onu solo Israele viola i diritti umani
di Dimitri Buffa

Il nome è cambiato la sostanza no. Il consiglio dei diritti umani dell'Onu, che una volta si chiamava Commissione per i diritti umani, da quando è stato istituito non è mai riuscito a formulare una mozione di condanna per paesi come Iran, Cuba, Siria, Corea del Nord. E nemmeno, recentemente per il governo del Sudan rispetto ai massacri del Darfour. In compenso in poco più di un anno di tempo trascorso dalla sua nascita ha già collezionato una decina di risoluzioni contro lo stato di Israele colpevole di rendere impossibile la vita ai poveri palestinesi con i troppi controlli antiterrorismo. Per non parlare della barriera difensiva. Queste risoluzioni vengono poi "implementate" sessione dopo sessione e gli stati islamici che tengono il boccino all'interno del Council for Human rights fanno il resto. Già, perché il problema è proprio nel manico: 17 dei 47 stati che compongono questa commissione sono anche aderenti all'Oic, organizzazione per la conferenza islamica. E sono tutti compatti nell'odio anti israeliano e anti ebraico.
In una delle ultime risoluzioni anti israeliane, quella dello scorso 13 marzo, si criticano gli scavi degli archeologi israeliani a Gerusalemme Est sotto la spianata delle moschee, dove peraltro sono stati ritrovati importantissimi reperti del secondo tempio di Re Salomone, quello distrutto dai romani nello stesso anno dell'eruzione di Pompei. Questi scavi non sono per lo Hrc un normale diritto di uno stato di portare alla luce la propria storia ma un intollerabile abuso contro la libertà religiosa dei palestinesi. Che però non viene mai tirata in ballo allorché l'Anp viene chiamata a rispondere delle persecuzioni dei cristiani in Terrasanta nelle numerose denunce delle ong umanitarie, persino come Amnesty. Il paradosso di questa commissione è che se si mette sul motore di ricerca interno la voce inglese "Israel" escono fuori 10.200 risultati, se invece si mette Iran ne escono fuori solo la metà.
E di sicuro non si tratta di documenti di condanna per violazione dei diritti umani. Se invece si passa a esaminare le risoluzioni contro le presunte violazioni israeliane nei confronti dei palestinesi o altre popolazioni arabe limitrofe allo stato ebraico, basti pensare che dal 10 febbraio 2006 al 30 marzo scorso il numero raggiunto è di 15 unità. Che comprendono anche violazioni ai danni dei siriani nelle alture del Golan, o dei libanesi nelle zone di confine. Non una parola sui soldati rapiti in territorio israeliano dagli hezbollah e da Hamas ovviamente. E non una condanna contro Iran e Sudan visto che gli stati islamici sono riusciti ad assicurarsi la presidenza delle tre sottocommissioni di Africa, Asia e Europa dell'Est. Infine non è inutile rilevare che l'Europa in quasi tutte queste risoluzioni di condanna ha sempre votato compatta con gli stati arabo-islamici. Come dice Baa't Yeor nel proprio libro "Eurabia", se non è appeasement questo, non si capisce quale concetto lo sia.

(RadioRadicale.it, 12 aprile 2007)

Volevo essere amata



VOLEVO ESSERE AMATA...
Sono simpatica.... Embè è così.

Sin da bambina io non ero quella bella, ero la simpatica. "Ma com'è simpatica sta ragazzina", nessuno poteva fare a meno di riferirmi il commento almeno una volta al giorno. Negli anni la simpatia si è affinata. Già. Se proprio dovevo esserlo, che almeno fosse un attributo incondizionatamente meritato. A scuola ero il jolly delle amiche, i professori ridevano a crepapelle e il 5 (all'epoca i voti erano ancora semplici e poveri numeri) diventava 6. I miei genitori mi spronavano e consolavano: "Col carattere che hai ti si aprirà ogni porta".
I fidanzati poi.... ahi quelli: "Ma come sto bene con te, mi fai ridere, rilassare, sei una ventata di aria fresca".
Mi guardavo spesso allo specchio: "Non sono una bellezza ma posso piacere, se m'impegno, se li faccio ridere...".
E se, talvolta, ingoiavo qualche rospo, dicevo a me stessa, mi rifarò con due battutine. Se invece qualcuno non mi prendeva a cuore, il corteggiamento era lungo e suadente, fino a farlo crollare sotto l'onda epica della mia goliardia.
Al lavoro, una spudorata inclinazione alle confidenze - la mia vita, un libro aperto - mi lasciava dietro ogni speranza di carriera fulminante. Ma ero presente, ero allegra, disponibile, brillante. Eh sì. La competizione era estenuante, per essere non la più brava (che scema) ma la più gradevole da ascoltare, la più divertente. Me la giocavo così...
Mi sono fatta il mazzo.
Non sempre andava bene e quando non venivo accettata era una tragedia di incommensurabili proporzioni. Un presenzialismo doloroso mi rubava via moltissimo tempo, anche quello da dedicare ai mie più cari affetti. Che cosa avessi non riuscivo a capirlo e apparentemente sembravo proprio una in gamba.
Molte paure le sedavo così: "Sono una in gamba. Sono la più simpatica".

Fu così per molti anni. La ragazzina cresceva e superava delusioni e colpacci attaccandosi il sorriso/lavoro sulle labbra. Mi ero impegnata molto nell'arco della mia adolescenza fin quando divenni donna, a nascondere ogni cosa dietro quei sorrisi, a buttare giù senza mostrare. La cosa importante, quella da ricercare a costo di ogni sacrificio, era l'approvazione. Essere amata, accettata, voluta bene.
Il protagonismo era la bella maschera per non dire in faccia a tutti: "Io sono qui, non vi scordate di me". Il visibilio per eccellenza era il complimento rivolto alla gradevolezza della mia compagnia. Mi bastava questo per gioire, rassicurarmi, fidarmi... tante le disillusioni.

Che fatica. Che fatica essere simpatici, divertenti, allegri sempre in ogni occasione. Pian piano l'attitudine era divenuta un lavoro. Dovevo essere simpatica. A tutti i costi. Se lo ero un pò di meno del giorno prima la cosa si faceva preoccupante.
Il mio target diminuiva, bisognava che facessi un'attenta analisi intorno a questa improvvisa caduta di share. Insomma. Dalla simpatia allo stress il passo è breve.
Da non crederci. Paradosso della naturalezza, le strategie di relazione rischiavano di schiacciare ogni mia studiata semplicità, la mia vita era diventata alienante, un duro compito quello di rappresentare me stessa.
La battuta pronta cominciava a scottarmi la lingua. I racconti, i fatterelli, le storielle, gli ho sentito e ho visto, così faticosi e stancanti.
Invidiavo quelle giovani donne silenziose e timide, quelle che tutti vogliono proteggere e guidare, le damine che arrossiscono con grazia. Mi sentivo costretta ad essere continuamente all'altezza della mia fama. L'ansia da prestazione era diventata un trauma quotidiano, un impegno infausto e gravoso. Giorno dopo giorno non ne potevo più di me stessa, il rigetto era forte ed incontrollabile. La donna brillante si chiuse in sè stessa.

Poche frequentazioni, decisamente ridotte le relazioni sociali...Desideravo a tutti i costi acquietarmi, senza essere obbligata a dimostrare che da me dipendeva il tenore di una conversazione, l'atmosfera di una serata, la leggerezza di un incontro. Volevo essere antipatica, volevo anche non piacere solo perchè ce l'avevo messo tutta. Volevo essere amata. Così com'ero, anche con le mie brutture. E basta. Iniziò la conta delle mie mancanze, dei mie difetti, delle mie inettitudini. Fu una dura battaglia. Guardarsi dentro e scoprire non solo che hai paura di non piacere ma che, in verità, non piaci nemmeno tanto a te stessa.



Poi arrivò un'estate. Un'estate con molte piogge. La mia vita cambiò. Per una serie di malaugurate circostanze persi il lavoro e in quello stesso tempo mia nonna materna morì.
Piansi moltissimo quell'estate. Una lunga stagione di occhi rossi. La permanenza a casa mi permise di coltivare un'altra amicizia: con la donna che era nascosta dentro di me. Un confronto nuovo, con quei sogni irrealizzati, le paure ancora non sconfitte, le speranze ancora non morte.
Mi ritrovavo a pensare alla famiglia, alla compagnia di poche persone, a dialoghi sereni e quieti. Passeggiavo spesso.
Non ci fu tempo nè modo per esercitare simpatie a vario titolo. Una liberazione!
Non me ne avvidi immediatamente. Rossella Ohara moriva per fare posto a Jane Eyre.
Cambiavo. Senza volerlo. I molti sorrisi avevano ceduto il posto ai molti pensieri e a facce e volti e espressioni nuove. Ero un'altra donna. Non lo sapevo ancora, ma ero cresciuta.
Avevo 40 anni.
Nella fuga da me stessa scoprii che non esisteva nessuna terribile tragedia nella mia vita se non quella di voler a tutti i costi piacere. Presi coscienza di questa debolezza e non mi faceva più così impressione. La rivelazione di questo mio abisso fu assolutamente purificante. Incominciavo a godere dei mie nuovi silenzi, degli sguardi, delle poche parole. E continuavo a passeggiare. Senza obiettivi da raggiungere, senza mete da scalare, senza donne e uomini da conquistare.
Di tanti incontri rumorosi fino a quel momento, ne giunse uno discreto, inatteso. Un uomo solido, col sorriso facile ma dalla risata moderata. Un uomo di tanti pensieri e molti abbracci. Fu un riposo non solo tra le sue braccia. La scoperta di una vita ricca di pause ma ugualmente piena e viva.

Quando nacque mia figlia avevo smesso, da tempo, di credere che un tale miracolo mi potesse accadere senza doverci lavorare. Avevo da poco riacquistato la quiete della mia personalissima intimità. Fu con lei infine che smisi le ultime maschere, ogni sforzo, ogni performance da anchorwoman.
Quando mi sorrideva e mi stringeva forte non dovevo esserle simpatica. Mi amava. Mi amava così. Mi amava tanto ed io la amavo senza finzioni, come solo una madre può.

Era stato un lungo percorso. E strano. Non ero l'eroina di un romanzo d'appendice, non mi ero drogata e poi ne ero venuta fuori, non ero stata picchiata, abbandonata, molestata. Non avevo vissuto una catastrofe familiare. Non mi era nemmeno morto il cane. No. Avevo avuto paura. tanta paura. Chissà perchè. Tutta la vita paura di non essere amata.

La ragazza simpatica divenne madre. E quei sorrisi non costarono mai nulla, nemmeno un centesimo. Il prezzo di quell'amore non verrà mai pagato. Grazie a Dio.

www.rassegnastampa.ning.com

mercoledì 28 maggio 2008

Le stelle di Angela


Le stelle di Angela

Primo tempo

Angela aveva un'abitudine. Non la definiremmo proprio strana, ma di certo insolita. Ogni sera, tornata a casa dal lavoro, dal tran tran quotidiano, entrava nel suo appartamento, spegneva le luci e poi, che piovesse o fosse bello, toglieva le scarpe e scalza si recava sul terrazzino. Un piccolo quadrato di mattonelle al terzo piano che dava su di una bella strada di una ordinata città di provincia. Grande abbastanza però per riposarci nei pomeriggi di primavera e per fare quel che Angela faceva lì fuori, sera dopo sera, da tanti anni.
Si stendeva su un lettino messo lì all'uopo, chiudeva per un pò gli occhi e ascoltava i rumori della sera. Il tardo pomeriggio finiva e il cielo diventava blu cobalto. Poi si metteva lì ad osservare il suo spettacolo magistrale, tutto gratis: le stelle.

Le stelle parlavano ad Angela. Lei sapeva ascoltare. Era una brava, attenta, intuitiva ascoltatrice. Le conosceva tutte ad una ad una e non avevano più i nomi ufficiali datigli dalla corrente astronomia. Avevano i suoi nomi, Labella, Marsica, Doriente, Pacifica....Le battezzava proprio secondo un rituale specifico. Nel suo cassetto privato, quello di un piccolo secretaire nel vecchio scrittoio di famiglia, vi erano custoditi tutti gli atti di nascita e morte delle sue amate stelle. Piccole pergamene dorate con tanto di nastrino blu cobalto che dicevano così: "Oggi sei nata stella d'oriente, ti battezzo col nome di Armenta e, con te, compirò un pezzo di cammino in questo universo donatoci dall'Alto"

Ogni volta che Angela guardava quel manto perfetto e puntellato di luci d'argento, sentiva dentro se un infinito di senso di gratitudine. Beh, non era facile gestire una cosa del genere. Essere grati presuppone che esista un ricevitore di quella gratitudine e lei si chiedeva, ormai fin troppo spesso: "Grazie, grazie, ma grazie a chi? A che cosa?". Una risposta ancora non l'aveva trovata ma sapeva che da quando era bambina quello era il suo rifugio, il suo riposo, il suo posto speciale, dove meditare e prendere le decisioni, dove dimenticare e ancora, qualche volta, sperare...

Dall'altro lato della strada un altro palazzo, altre abitazioni, altre vite. E sguardi, gli sguardi degli altri che ogni tanto s'incrociano e, per un attimo, non sono più muti e indifferenti, ma curiosi e vivi. Dall'altro lato della strada Leonardo. Giovane, pragmatico, poco tempo per i sogni. Il suo terrazzino serviva a stendere e ritirare il bucato. E qualche volta di sera a scrutare quella donna strana. Ma chi sarà, ma cosa fa ogni sera là fuori... Mah, non mi interessa, non ho tempo, devo scappare....
E invece, pian piano quella figurina aveva catturato la sua attenzione. Non si accorse nemmeno Leonardo di aspettare proprio quell'ora, ogni sera per andare a fare le sue cose con il bucato sul terrazzino.

Poi una sera un temporale. Anzi una tempesta terribile, quasi un uragano. La corsa dal parcheggio al cancello fu un'impresa titanica. Volava di tutto in strada. Qualcosa veniva giù dai piani alti. Zuppa e affannata Angela raggiunse la rampa di scale e volò a casa. Stavolta proprio non avrebbe potuto godere del suo personalissimo spettacolo di pace e d'amore.... Questa sera il buonsenso avrebbe prevalso. Delusa accese le luci e le lasciò accese. Niente terrazzino, sarebbe rimasta in casa.

Al terzo piano quella sera le luci illuminarono il buio della notte e il fragore del temporale. Leonardo era dietro la finestra. Non avrebbe scrutato nel buio questa volta per osservare le stranezze della sua dirimpettaia. Vedeva però la sua ombra passare dinanzi i vetri del balcone. Dunque, la tipa strana era in fin dei conti una persona normale. Pensava.

Secondo tempo

Quella sera senza stelle fu dolorosa. Mancava ad Angela quel riposo, quel dialogo quieto, quella meditazione, che non riusciva a colmare con la cucina, con la televisione, con una telefonata. Ma anche un sollievo. Non sapeva adesso, allo stato dei fatti, se avesse dovuto continuare a coltivare quel suo angolo di meraviglia, condividerlo. Condividerlo? No, Mai. Intanto continuava a tuonare.
D'improvviso il citofono.
Impossibile.
Ma chi è? Ma chi sarà? ma chi mai potrà essere? Oddio, pensò Angela, qualcuno che chiede aiuto, un soccorso, un'emergenza...I passi incerti si avvicinò piano alla porta. Prima uno sguardo veloce e furtivo allo spioncino, poi indecisa, alza la cornetta - chi è? - dice, dapprima insicura, poi ferma - CHI E'? -
Non sapeva proprio cosa rispondere Leonardo. D'improvviso si sentì stupido, folle, e non ricordava più la scusa che si era preparato prima di scendere.

Il giorno prima
Era sceso presto quella mattina Leo, tuta e scarpe da ginnastica, era mercoledì. I giorni dispari deputati per il jogging. Credeva di essere uno dei pochi, se non l'unico, a sfidare il freddo pungente di quel mattino grigio. Ma sulle scale del palazzo di fronte c'era già qualcuno. Una ragazza in pigiama. Gli venne da ridere - che ci fa questa in pantofole alle 6.30 del mattino in mezzo alla strada? Sarà un pò tocca - Tocca? Chissà perchè il solo pensare ad un pizzico di follia gli aveva fatto ricordare la strana donna del terzo piano che guardava le stelle. Intuizione, caso o destino? "Scusi... Mi scusi? Ha bisogno di qualcosa"? Leonardo si avvicinava con sicurezza adesso, era certo che fosse lei, la tipa delle stelle.

"Come? Mi scusi"? D'un tratto Angela si accorgeva di non essere più sola. D'istinto incrociò le gambe, ma il danno era fatto, le pantofoline con la faccia di pluto erano lì, sotto il grigio nebbia di quella mattina fredda e sotto gli occhi divertiti di Leonardo.
"Scusi lei - gli rifece Leonardo - problemi"? Gli occhi puntarono diritti diritti negli occhi suoi. "Nessun problema, do da mangiare ai gatti prima di iniziare la giornata. Mi aspettano, ogni mattina - e aggiunse sorridendo - Ormai è diventato un lavoro".
"Leonardo, piacere - poi d'istinto, senza riuscire a fermare il pensiero che era già lì sulle labbra - è lei quella che guarda le stelle"?
Era stupefatta, senza parole, sgomenta che qualcuno avesse potuta scrutarla, entrare nella sua intimità, osservare lei così come lei faceva con le sue stelle. Non rispose.
Senza fretta si girò e aprì il cancello del portone. Il buongiorno arrivò da lontano.

Rimase agitata tutto il giorno Angela. Ma chi era quello? Che voleva? Come la conosceva? L'aveva osservata molte volte? Era un maniaco? Un guardone? Chi era?

Rimase assorto tutto il giorno Leonardo. Era lei, ne era certo, strana, anche un pò inquietante, ma aveva qualcosa che faceva restare gli occhi dentro ai suoi. Per forza. Si informò su di lei.

Quella sera il temporale cambiò alcune cose. Non tutto, qualcosa, ma fu abbastanza.

Leonardo al citofono cercò di superare il fragore dell'ultimo tuono e disse solo: "Sono io, quello del jogging, tu sei quella dei gatti?"
"No, sono quella delle stelle". La risposta le era venuta così, una battuta pronta. Poi il silenzio. "Che vuoi?".
"Posso salire? Un attimo, fa freddo, piove. Posso salire?".
Forse Angela non si chiese mai perchè lo fece. Aprire la porta ad uno sconosciuto, uno che si era presentato come quello del jogging. Aprì.

Primo finale
Dopo molti anni, le stelle di Angela brillavano ancora. Nell' anniversario di quell'incontro Leo la portò al Planetario e tra le costellazioni di Orione e Cassiopea brillavano Doriente e Marsica, Labella e Pacifica. Le prime stelle di Angela che Leo le aveva regalato ribattezzandole all'anagrafe stellare.

Secondo finale
Il cuore all'impazzata Leo corse su. Angela lo aspettava sul ballatoio. Non ci furono parole, nè presentazioni. Solo un bacio. Dolce e triste. Corto come un sospiro, lungo come tutta una vita. Non tuonava più. Uscirono sul terrazzino e lei gli mostrò le sue stelle. Non capiva tutto Leo, ma Angela profumava di pioggia, di sera, di polvere di stelle...Non capiva tutto Leo, ma voleva capire.

Terzo finale
Angela si lavò le mani e attese. Poi il trillo del campanello. "Chi sei?" gli chiese. "Leonardo, abito qui di fronte, non so dirti perchè sia qui stasera ma volevo conoscerti".
Bastò poco perchè la solitudine, le paure, il blu di un vita fossero sedati. "Sono Angela, guardo le stelle e sono le mie amiche, insieme ai gatti, ovviamente. Prego, entra. Ti faccio un caffè".

Mariagrazia Manna

Sono una giornalista


Sono una Giornalista

Mi presento

Sono una giornalista, all'occorrenza scrittrice demodè, e raccontafatti per nipotini stanchi.
Sono una giornalista. TENGO il tesserino, come diciamo a Napoli e dimentichiamo di avere una laurea umanistica che dovrebbe consentirci di parlare l'italiano SEMPRE correttamente.
Sono una giornalista e non ho mai voluto fare niente altro che questo. Oggi ci dicono comunicatori, o anche collaboratori stampa, e qualche volta pure dispregiativamente, scribacchini.
Ma io sono una giornalista. Il mio primo tema, all'epoca si chiamava composizione, alle scuole elementari portava questo titolo: COSA VORRAI DIVENTARE DA GRANDE? Ed io che ero una vivace bambina della terza classe, scrissi fieramente: LA FOTOREPORTER!

Beh, non è che ci sia proprio riuscita, ma ce l'avevo nel dna.

Sono una giornalista e ne sono orgogliosa. Come una razza, una fede, uno spirito di corpo.
Sono una giornalista.
Ho l'occhio attento. La notizia la "sento" subito. Se non la sento, la cerco. Mi piace scrivere ma anche osservare. E poi raccontare, perchè invero, questo fa un giornalista, racconta. Ciò che vede, ciò che sente, ciò che gli è sembrato di vedere, ma deve dirlo: mi è sembrato di vedere.
Sono una giornalista e non so fare null'altro. So fare le domande. Mi vengono spontanee. la curiosità fa parte del mio corredo biologico. So parlare, tanto ma anche poco e all'occorrenza. So intervenire. Mi piace intervenire all'uopo e dire la mia se serve. So stuzzicare le conversazioni e tirar fuori le emozioni. So parlare con berlusconi ma anche con pasqualino marajà. So litigare e so moderare. So scrivere alla tastiera del pc, ma so usare ancora molto bene la penna, bic se è possibile. E infine so scrivere. Sembrerebbe la prima cosa da saper fare ma invece non lo è.
Sono una giornalista. E per di più, una giornalista napoletana. I giornalisti muoiono presto, scrivendo cento cose tutte insieme. I giornalisti napoletani muoiono presto e d'infarto colti da un raptus nel mezzo di un articolo per il solito quotidiano, una telefonata alla fonte, una email al collega che ti dà la dritta, la presentazione di una confernza stampa, l'sms all'assessore che domani dovrà intervistare, il colloquio con il direttore e una litigata col caposervizio.

Sono una giornalista. Ho fatto una dura gavetta consumando le suole, rincorrendo autobus a scrocco, scrivendo per centomilalire al mese.
Sono una giornalista e ho fatto un casino di figure di merda, ho scritto un monte di cagate, ho di certo offeso qualcuno.
Ma ho anche buttato giù belle parole, pubblicato cose che nessuno ancora sapeva, fatto le mie scuse a coloro che involontariamente avevo toccato. Ricevuto i complimenti della gente.

Sono una giornalista sindacalista, la specie peggiore.

Sono una giornalista. Mi piace essere una giornalista. Mi piace parlare con la gente e guardarla negli occhi e domani farle fare bella figura nero su bianco. Non mi piace scrivere sul ( e non del) dolore di chi soffre. non mi piace approfittare della fiducia di chi mi parla, non mi piace scrivere solo per apparire.
Sono una giornalista, mi piace informare.

Vorrei dir d'altro. Ma altro non so.

Sono una giornalista e sono qui ....

MgM
(per servirvi)

Elisabeth and Darcy